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La Cattura Perfetta

Le giornate di pesca si possono definire, una volta vissute, in moltissimi modi diversi, con aggettivi più o meno belli che riescono a dare un’idea all’interlocutore del ricordo che abbiamo di quella giornata:
- Com’è andata quella domenica 6 giugno 2004 al lago di Rascino?-
Ecco, se un giorno qualcuno dovesse farmi questa domanda, so già cosa risponderei:
- è stata una giornata perfetta. –
Si, risponderei proprio così, e non è una risposta data così tanto per dire qualcosa, ma è una risposta creata dalla perfezione di quel 6 giugno. Quanti problemi e imprevisti sgraditi, di cui non farò una lista perché non basterebbero due pagine, assediano instancabilmente le nostre uscite a pesca non permettendoci di assaporare i momenti che tanto abbiamo aspettato per molto tempo? Quel giorno non è avvenuto nulla di spiacevole, ma tutto quello che nella mente di un pescatore, a mio parere, crea la figura quasi irraggiungibile di “pescata perfetta”.
Quest’ultimo periodo è stato un periodo molto proficuo dal punto di vista piscatorio, più in acque interne che in mare, non tanto per le catture, comunque buone e abbondanti, ma per il numero di uscite a pesca. Dalla seconda metà di marzo in poi vi sono state solo tre domeniche in cui siamo rimasti a casa a girare i pollici e le palette dei cucchiaini.

 

 

Ci siamo recati ben tre volte sul famoso tratto no-kill del Nera, una volta sul Sangro, una sul Fibreno, qualche giorno a Ischia e qualche altro a Longobardi… non ci si può certo lamentare. Ma dentro di me vi era ancora un vuoto da colmare, una ferita aperta da ricucire, un forte capriccio che nella mia mente ardeva dalla voglia di essere soddisfatto; una bella battuta a spinning nelle acque del lago di Rascino era da mesi che la desideravo, da quando lo abbiamo trovato completamente ghiacciato lo scorso dicembre. Erano giorni molto complicati dal punto di vista familiare, questo io e papà lo sapevamo bene, perché la settimana dopo saremmo partiti per un viaggio di pesca in Irlanda lasciando mia madre sola a casa cinque giorni, e quindi non potevamo certo lasciarla a casa anche la domenica antecedente, altrimenti mio padre avrebbe già dovuto preparare le carte per il divorzio… quindi, caricate canne, mulinelli, esche e famiglia in macchina, ci siamo diretti verso l’uscita Valle del Salto per raggiungere il poco famoso stagno. Finalmente avevo l’occasione di ammirare quel posto in primavera, che era l’unica stagione che mi mancava, ma che forse è anche la più bella, poiché con i suoi climi temperati trasforma l’altopiano in una distesa multicolore grazie ai fiori presenti. Ancora sui monti più alti era possibile vedere dei piccoli rivoli di neve che ancora resistevano aggrappati al terreno. Il lago era, come sempre, uno spettacolo; il livello dell’acqua era cresciuto veramente tanto, alimentato oltre che dal già avvenuto scioglimento delle nevi, dalle frequentissime ed abbondanti piogge che quest’anno hanno interessato quotidianamente tutta la penisola. Anche domenica la nuvolosità era un po’ accentuata, anche se ogni tanto il sole riusciva a spallate a farsi strada fra i cumulonembi. Il fitto ed esteso canneto che d’estate e d’autunno occupa più della metà dello specchio d’acqua doveva ancora crescere, e lasciava il suo posto a dei piccoli e radi fuscelli alti poco più di trenta centimetri, cresciuti anche lungo le basse sponde limose. Nonostante il lago fosse molto deformato, sono riuscito lo stesso ad orizzontarmi ed a riconoscere le anse e i punti migliori, proprio a ridosso delle canne, che per due volte mi avevano già elargito delle belle soddisfazioni. In questi mesi trascorsi a ponderare le mie strategie di pesca per il luccio, mi sono fatto una bella scorta di nuovi artificiali, in realtà acquistati per l’Irlanda, ma che anche lì potevano essere sfruttati alla perfezione. Il migliore si è rivelato lo spinnerbait, che con la sua particolare conformazione antialga mi ha permesso di sondare alla perfezione l’interno del giovane canneto non incagliandosi mai. Con gli stivali a tutta coscia potevo tranquillamente penetrare alcuni metri fra le canne della riva, non consapevole che quei pochi centimetri d’acqua erano un vero e proprio vivaio, ed al mio passaggio si scatenava un fuggi fuggi generale non solo tra le povere alborelle e scardole, già estremamente nervose poiché devono in continuazione guardarsi intorno temendo che un luccio lungo un braccio gli piombi addosso da chissà quale nascondiglio con le fauci spalancate, ma anche tra i piccoli lucci infrattati nei posti più impensabili che mi facevano fare un balzo ogni qualvolta uno di loro scattasse fulmineo per allontanarsi dalla mia presenza. L’ancoretta dei miei artificiali veniva ricoperta dalle alghe quasi ad ogni lancio, rendendo non facile ma neanche impossibile la pesca, e costringendomi a cambiare artificiale spessissimo per trovare il modello più idoneo all’utilizzo in quelle acque così basse e ricche di vegetazione sommersa.
Dopo qualche altra decina di metri sono arrivato lungo l’unica sponda proprio a ridosso della montagna, che con la sua roccia grigia in alcuni punti chiazzata di alberi montani, mette a confronto due ambienti molto differenti tra loro. In questo punto lo stagno crea un’ampia curva, che tranne in inverno e in primavera è completamente ricoperta dal più fitto, ampio ed impenetrabile canneto del lago, sicuramente residenza della maggior parte degli animali acquatici da me ricercati. L’ambiente che quelle piccole chiazze di canneto reduce dello scorso anno creavano a qualche metro da riva era veramente ideale per l’appostamento degli amici lucci, e infatti, dopo aver cambiato per l’ennesima volta, visto l’ambiente così ricco di ostacoli, il martin con lo spinner arancione, ho agganciato il primo luccio della giornata, quello che probabilmente dà la maggiore emozione perché insperato, quello che, anche se di piccole dimensioni, di dà una carica di assoluta fiducia accompagnandoti fino alla fine, quello che specialmente se catturato in un posto così bello e caratteristico troverà un posto adeguato fra le foto di pesca che tutti abbiamo. Un paio di rapidi scatti e poi di nuovo in libertà fra la vegetazione sotto i miei piedi, libero di crescere e di abitare a lungo questo specchio d’acqua fino a che qualcuno non lo tratterrà nel cestino solo per gustarsi le sue carni (che poi non sono neanche un gran che).
Ogni tanto una rana, immobile sul tappeto di canne secche sotto i miei piedi, saltava nell’acqua non sapendo di rischiare la vita tuffandosi in quel crogiolo di predatori; finalmente ero giunto sulla sponda opposta al mio punto di partenza, dove i canneti per un lungo tratto si aprivano per ospitare delle vere e proprie piattaforme di piante acquatiche sommerse, accanto alle quali facevo spesso lavorare l’esca aspettando il secondo momento di gloria. Da questa parte del lago era possibile, con i pesanti ondulanti, lanciare parecchio lontano da riva incuneando l’artificiale nei corridoi di acqua libera da ostacoli e alghe, comunque più difficili da affrontare perché privi di nascondigli per il luccio. Mentre camminavo rivedevo le immagini di quella prima battuta di pesca in questo posto, quando ero rimasto molto stupito dalla bellezza dei fitti canneti frementi di vita, germogliati già da alcuni mesi, verdi e promettenti, e poi quando quel peso di un chilo e venticinque grammi si è agganciato saldamente al mio rotante privo di cavetto e privo della mia fiducia… non si dimentica niente. Anche quella si sarebbe potuta definire una cattura perfetta, perché avvenuta non solo insperatamente ma anche durante la mia prima vera battuta di pesca al luccio.
All’improvviso una delle grosse ma poco minacciose nubi già presenti fin dal nostro arrivo si è aperta rovesciando in pochi secondi un notevole scroscio di pioggia, ed è stato per questo motivo che ho deciso di ritornare sull’ altra sponda, a pescare fra i canneti vicino riva, in modo da correre nella vicina macchina nello spiacevole caso di un rovescio più lungo e violento. Una nota negativa: purtroppo avevo perso un costosissimo rapala countdown che, cadutomi in terra da chissà quale tasca, ora si mimetizza tra le migliaia di fiori multicolori cresciuti presso le sponde. Di certo non contento per la mia distrazione ho continuato a lanciare proprio sotto i miei piedi, nei due metri che dividevano me e una delle tante chiazze di erba. Un’altra botta ha fatto sussultare il cimino, per poi rimescolarsi con la piacevole monotonia del lento recupero; sicuramente un altro luccetto. In linea d’aria ero lontano solo un centinaio di metri dal punto di partenza, ma dovevo fare i conti con le molte anse e piccole insenature che rendevano il tragitto molto lungo e contorto; avrei dovuto camminare almeno per un chilometro, e così mi è venuto in mente di provare qualche altro lancio dove avevo preso il primo luccetto, anzi un pochino prima.
La superficie liscia come l’olio era ovunque bucherellata da alcune gracili canne sparpagliate su una vasta area di lago. Il primo lancio l’ho effettuato proprio tra queste sempre con lo spinnerbait arancio, sicuramente l’esca migliore in quel momento anche per la sua funzione antincaglio; scivolava sinuoso e ondeggiante fra la vegetazione, irresistibile richiamo per il bel luccione che come una furia scatenata lo ha aggredito violentemente sotto la superficie; ed è incominciato uno dei tre combattimenti più belli mai iniziati da me. Lui è partito subito portandosi via una buona decina di metri del mio sottile multifibre, non si voleva fermare, poi si è ancorato al fondo. Io dall’altra parte tiravo con tutte le mie forze contando sulla buona qualità del filo e sul suo libbraggio comunque sufficiente per portarlo a riva. Qualche metro recuperato ed ecco che è ripartito, facendo piegare la canna fino al manico evidenziando le buone qualità di quest’ultima. È una grande emozione lottare con un animale così possente e tenace, che con le sue fughe e le sue potenti scodate crea due emozioni contrastanti fra loro dentro di noi; da una parte si ha la paura di vedere l’esca sganciarsi dalla sua bocca e volare verso di noi come un proiettile, dalla altra si ha la felicità di avere in canna un pesce così bello e combattivo, e si vuole a tutti i costi portarlo a riva. Dopo qualche altro minuto il luccio piano piano si è fatto trascinare verso di me, regalandomi l’ultima delle emozioni sotto i miei piedi, quando non contento di come stavano andando le cose, ha dato fondo a tutti i suoi risparmi energetici con uno scatto verso un mucchietto di ramaglie alla mia destra, ultima carta da giocare per non essere tirato fuori dal suo ambiente e per non farsi fare la foto con me (ai lucci non piace essere fotografati, si credono poco fotogenici). Eccolo lì, immobile e penzolante dalla mia mano come un sacco di patate, con la sua splendida livrea mimetica verde scuro ornata da tanti puntini gialli. Il suo occhione nero mi guardava tristemente una volta adagiato sull’erba per la misurazione, e mi chiedeva di rimetterlo in libertà. In tutta fretta ho trasportato quei settantacinque centimetri appesi ancora all’amo dello spinner dall’altra parte del lago, dove, non vedendo mio padre, mi sono fatto fare qualche foto dal guardapesca, incontrato poco tempo prima sull’altra sponda:
- Accidenti che bel luccio! Complimenti. –
Avvicinatomi nuovamente all’acqua, ho sfilato facilmente l’amo dal palato del mio amico e l’ho delicatamente adagiato nell’acqua bassa, fra alcuna piantine acquatiche, con il guardapesca che mi assisteva; ma il luccio è rimasto immobile al suo posto:
- Che sia morto? Non si muove. –
- Si deve solo riossigenare. Muovilo avanti e indietro e vedrai che si riprenderà-
La mia preda, imperturbabile alle nostre supposizioni, continuava a restare ferma seminascosta dalle alghe. Io allora, a passo svelto, ho pensato di andare a chiamare mio padre che da una buona oretta era sparito dalla circolazione, sicuramente per evitare che il guardapesca, credendo che stesse pescando, gli facesse pagare i dieci euro del permesso. Appena avvistato ho allargato con la faccia spiritata le braccia di almeno un metro, comunicandogli la lieta novella. Subito ci siamo incamminati nuovamente verso la zona del rilascio, poiché ero sicuro al cento per cento che quel pescione stesse ancora crogiolandosi al sole, che da un quarto d’ora aveva preso il sopravvento sulla massa vaporosa delle nuvole. E così infatti è stato. Il primo a rivederlo sono stato io, mentre papà era rimasto un po’ indietro; ma sono stato troppo precipitoso ad allungare le mani verso di esso per sollevarlo, perché il luccio, avendo recuperato un po’ di energie in quei dieci minuti, ha fatto uno scatto in avanti degno dei più abili corridori di atletica leggera, svanendo tra le erbe qualche metro più in là. Una risata ha concluso quella bellissima giornata, impreziosita da quella cattura insperata e dalle emozioni che ha provocato durante e dopo la sua cattura. Domenica 6 giugno i miei desideri, che mi ossessionavano dallo scorso dicembre, di ritornare in questo posto indescrivibile sono stati appagati, e posso trascorrere questa “pausa” estiva nel migliore dei modi; ma una cosa è certa: il nuovo appuntamento è già stato preso per settembre!

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