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Nera Per Caso

Da sempre esiste una specie di patto personale tra me e la pesca: un accordo stretto e indelebile che oramai ho scoperto di avere con essa da un paio d’anni, e ora che ne ho la certezza cercherò di sfruttarlo a dovere, senza però eccedere nell’ingordigia per non tradire quest’associazione. Era almeno un mese e mezzo che io e papà non potevamo andare a pesca; una volta piove, e una nevica, un’altra mia madre si lamenta, e un’altra mio padre sta male… non se ne poteva più.

Domenica 7 marzo avevamo stabilito di recarci, partendo il giorno prima, a pesca sul Sangro, uno splendido torrente da trote in provincia di L’Aquila.

 

Naturalmente non poteva andare tutto liscio, ed infatti domenica mattina, ore sei, abbiamo visto dalla finestra della nostra stanza neve e pioggia a dirotto. Tutto il giorno c’è stato un tempo pessimo, di quelli che capitano massimo una volta all’anno e, guarda caso, noi abbiamo incocciato proprio la peggiore giornata dell’anno. C’è da dire che però non è stato l’unico caso; quest’inverno, oramai per mia fortuna finito, è stato il peggiore che si possa augurare ad un pescatore. Tutta questa sfortuna inaudita è incominciata il 14 dicembre 2003, quando avevamo deciso di chiudere la stagione in acqua dolce con un’uscita al Rascino armati di canne da spinning, per puntare su qualche luccio indomabile dal freddo invernale. È stato proprio quel freddo la mia rovina quel giorno; attrezzati di tutto punto con stivaloni tutta coscia nuovi di zecca ci eravamo incamminati sulla larga piana bianca di brina antistante allo stagno e sorte balorda volle che questo fosse completamente ghiacciato a parte qualche piccola chiazza che ancora resisteva. La nostra figura da scemi l’abbiamo fatta comunque, iniziando a lanciare le esche in una di queste zone libere dal ghiaccio, larghe al massimo una decina di metri, rischiando di perdere i preziosi cucchiaini tra le lastre di ghiaccio. Inutile dire che dopo mezz’oretta ce ne siamo andati a testa bassa e con una rabbia che mi trascino ancora dentro, e che spero di poter sfogare appena riapre la pesca al luccio lì al Rascino; dopo il 30 marzo. Ma c’è un’altra cosa, che per la vergogna sarebbe meglio nascondere a tutti: la settimana prima, sempre in presenza di un freddo polare, eravamo già decisi a recarci in questo posto, ma non avendo guanti, il vento, dopo solo due lanci, ci stava congelando le mani costringendoci a tornare a casa. Roba da matti, vero? Ma non è finita; dopo aver avuto un momento di tregua, dal punto di vista piscatorio, nel periodo natalizio (perché lo avevamo passato a Longobardi dove qualche piccola cattura a surf l’avevo fatta), la mala sorte è tornata all’attacco esibendosi in una doppietta di tiri mancini, entrambi ottenuti in due uscite consecutive a surf-casting alla spiaggia di S. Agostino nelle vicinanze di Civitavecchia. Nella prima battuta non abbiamo visto neanche l’ombra di uno straccio di pesce, e come noi anche tutti gli altri presenti quel giorno; nella seconda, sempre a causa del freddo, siamo dovuti rientrare a Roma perché non eravamo abbastanza imbottiti ai piedi e alle mani e rischiavamo un assideramento. Voi penserete che io e mio padre siamo matti ad andare a pesca in condizioni climatiche di questo tipo, e forse è vero; fatto sta che da quel giorno maledetto il mio morale è crollato in una maniera disastrosa, ero in uno stato di depressione sconvolgente che si è protratto per, appunto, un mese e mezzo, proprio il tempo che non ho potuto pescare. Tra l’altro, appena avevamo provato a programmare un uscita in torrente all’apertura della pesca alla trota, immediatamente mio padre si è ammalato facendomi rimandare il tutto alla settimana dopo, dove possiamo ricollegare l’episodio del Sangro già, con una stretta al cuore, raccontato. Dopo mezzo anno di rinvii e sofferenze siamo riusciti, il 14 marzo, facendomi risorgere dal dispiacere, a recarci in torrente per la prima uscita della stagione alieutica. L’idea era quella di andare sul Tirino, al confine tra Lazio ed Abruzzo, ma è stata proprio la sorte che ha voluto cambiare il corso degli eventi, per poter riscattare il suo comportamento ignobile e tanto insofferente avuto nei miei confronti. E così questa“ventata” improvvisa ha portato mio padre ad informarsi in fretta e furia sulle modalità di pesca nel fiume Nera, in provincia di Perugia, di cui già nell’anno passato ci eravamo fatti un’idea prendendo spunto dai regolamenti e le descrizioni trovate su internet. L’anno scorso furono proprio i regolamenti a farci scartare tra i vari luoghi di pesca il Nera; permesso di legambiente, tesserino regionale… e poi il fiume è diviso in molti tratti alcuni dei quali riservati alla mosca, altri con modalità no-kill, altri liberi e oltretutto ancora più a valle si entra in provincia di Terni, e quindi serve un nuovo tesserino provinciale: insomma non ci si capiva niente. Quest’anno, oltre a tutto quello elencato, si è aggiunto anche il bisogno di prenotazione anticipata perché sul tratto no-kill sono ammessi fino ad un massimo di venticinque pescatori, distribuiti su circa cinque km di fiume.
No-kill. Mi chiedevo che cosa mai volesse dire questo termine, cioè, sapevo che bisognava liberare le trote catturate ma il mio interrogativo era proprio se c’erano trote da catturare in questo posto, perché oramai è diventato così difficile trovarle e prenderle nei torrenti italiani che il regolamento “no-kill” lascerebbe a molti sperare di non prenderne neanche una, per non doverla liberare. Nel mio caso non è così, perché a me fa sempre piacere ridare ad un pesce la libertà dopo che mi ha fatto divertire, ed sarebbe un peccato uccidere dei pesci belli come le trote. Proprio per questo motivo ci siamo recati sul Nera, ma anche per visitare un posto nuovo che sarebbe entrato a far parte del nostro bagaglio di conoscenze riguardo ai fiumi da trota del centro Italia.
Il Nera scorre abbastanza velocemente in una valle detta proprio Valnerina, fra gole e pareti rocciose molto ripide; venendo da sud abbiamo notato che la portata d’acqua del fiume cambia vistosamente di zona in zona: più a valle, nel tratto a prelievo determinato è impossibile scendere in acqua con gli stivali, essendo l’acqua parecchio profonda anche se la larghezza del fiume e ridotta. Nel tratto no-kill si ha il corso tipico dei torrenti di montagna, con buche, sassi e cascatine. Le volte precedenti che siamo andati a trote, non avevamo gli stivali a tutta coscia e così ci eravamo sempre dovuti accontentare di pescare dove gli argini ce lo consentivano. Ma questa volta era diverso. Dopo esserci fatti rilasciare il permesso ed il regolamento da un botteghino di Legambiente, abbiamo cercato per qualche minuto un luogo da dove poter scendere verso il fiume. Avevamo una svariata serie di cucchiaini di ogni forma e dimensione, tutti armati con ancoretta, onestamente trasformata tramite tronchesi in amo singolo privo di ardiglione, così da liberare le eventuali trote catturate senza arrecargli danno.
Mentre mi avvicinavo al fiume, provavo ad immaginare come sarebbe stata quella giornata di pesca; probabilmente come tutte le altre: o avremmo rimediato un solenne cappotto o avremmo preso una, due o addirittura tre trote al massimo. Non mi passavano minimamente per la testa pensieri di catture straordinarie, di pescate fuori dal comune. Quelle potevano per me avvenire solamente o in paesi stranieri nordici, dove la trota fa da padrone nei laghi e nei fiumi, o nei sogni che spesso invadono le menti di ogni pescatore, compresa la mia.
Il Nera era, trota o no, stupendo; l’acqua bassa e limpida scorreva disordinatamente fra sterpaglie e massi sparsi che creavano dietro di essi vortici di correnti dove è noto che le trote si preparano a scattare fuori non appena cade qualcosa in acqua. Basta solo un insetto, una foglia, un ramoscello per stimolare l’aggressività del pesce, che come una saetta scatta per vedere se si tratta di qualcosa di commestibile o no .
Dopo cinque lanci fatti nel primo posto mio padre, qualche metro più avanti, mi chiama sottovoce gesticolando per richiamare la mia attenzione.
Da questo momento in poi è inutile che sto a parlare di tutto quello che è successo fino al pomeriggio, all’ora di ritorno a casa. Il nostro accordo con la pesca ci stava aspettando anche quel giorno, e noi stavamo andando incontro a un qualcosa di magico che non si dimentica, qualcosa che fa la differenza nella vita di un pescatore specialmente se giovane come me. La prima fario della giornata aveva già provato ad ingurgitarsi in cucchiaino di mio padre, ed è proprio per questo motivo che mi ha aveva chiamato, per dirmi allo stesso tempo che eravamo capitati in uno di quei posti che ci sogniamo spesso la notte, come detto prima. Mi ha detto di lanciare l’esca in una corrente profonda a ridosso della sponda opposta, dove al primo accenno di recupero ha abboccato una fario da copertina che si è esibita in uno show spettacolare con i suoi salti fuori dall’acqua. Peccato solo che si è slamata qualche attimo prima che potessimo fotografarla in mia mano, ma le foto durante il combattimento sono già nel mio album. Dieci metri più a monte è avvenuta la seconda abboccata, con una piccola trotella che mi ha fatto convincere definitivamente delle supposizioni fatte qualche minuto prima: i sogni stavano diventando realtà. Spesso mi è capitato di leggere su riviste articoli riguardanti la pesca alla trota; al tocco, a mosca, a spinning… tutti corredati con fantastiche foto di altrettanto fantastiche trote superiori al chilo che provocano a chiunque quasi sempre invidia e voglia di andare a pescare in un torrente qualsiasi; il pescatore viene drogato proprio con le immagini di queste trote quasi impossibili e irraggiungibili. A leggere questi articoli, con tutti i consigli e le foto in essi, sembra facile andare a pesca e tornarsene a casa con un chilo di trote, ma penso che ormai sia noto che posti dove tutto questo sia possibile nel nostro paese non ve ne siano davvero più. Nonostante siano state fatte leggi e stabiliti contributi da pagare per ogni pozza d’acqua, i controlli non sempre sono efficienti ed anche il più sprovvisto di tesserini fra i pescatori potrebbe recarsi a pesca in un torrente senza avere alcun timore di incontrare un addetto alla vigilanza; forse i contributi, a volte veramente eccessivi, non sono bastati a convincere le trote a non rarefarsi sempre di più, ma sono bastati a permettere a coloro che incassano queste quote ad abbandonare i controlli nelle suddette acque, permettendo al bracconaggio di scorrazzare libero in molti corsi d’acqua (vedi Volturno). Per fortuna non è il caso del Nera, dove Legambiente sta facendo davvero un ottimo lavoro, sia con la gestione ambientale del tratto in concessione, sia con i controlli. Dopo appena un’ora dal nostro arrivo due agenti di Legambiente ci hanno controllato le esche ed i tesserini; il tratto, come già abbiamo detto, è di circa cinque km ed è quindi quasi impossibile scampare ai controlli. Ovviamente le trote presenti sono veramente una moltitudine, e regalano emozioni agli amanti del “catch and release”, emozioni veramente fantastiche al pari di quelle che penso si possano vivere nei paesi da trote per antonomasia nel nord Europa. Ed è stato così quel 14 marzo indimenticabile. Le trote, per la maggior parte fra i 20 ed i 22cm, abboccavano in continuazione ai rotanti che facevamo lavorare principalmente lungo correnti sostenute e buche eccezionali. Ogni tanto, una posa con la trota, una foto, e via di nuovo in libertà. Avevamo la possibilità di testare quali fra le decine di cucchiaini a nostra disposizione desse i risultati migliori, ed abbiamo avuto modo di fare una classifica in base a pesi, colori, misure. Il favorito dalle trote sembrava essere principalmente uno della Blue fox, il turbo spin argentato, che ha fatto veramente miracoli quel giorno, catturando, oltre al numero maggiore di fario, anche le tre più grosse. Eravamo in preda al divertimento ed all’eccitazione più totale, sbalorditi dalle sorprese che ogni masso in mezzo alla corrente aveva in serbo per noi; qualche colpetto avvertito sul cimino e poi la cannetta da spinning ultraleggero che si piega anche sotto le sfuriate degli esemplari più piccoli: prima di toccare la trota bastava solo ricordarsi di bagnare la mano per non ustionare con il calore umano il pesce, e poi questa spariva tranquilla nella corrente o sotto le sponde mimetizzandosi con la ghiaia giallastra del fondo, e noi eravamo di nuovo pronti per continuare a lanciare.
C’era una profonda buca lì, proprio sotto alla vecchia ferrovia, creatasi in una piccola ansa pietrosa subito dopo una cascatella:
- Bel posto questo!-
è stato il primo commento che ci è trapelato dalla bocca dinnanzi a quel capolavoro della natura. Penso di aver visto veramente pochi posti dalla bellezza cosi incontaminata; l’acqua scorreva placidamente e acquisiva grazie alla sua profondità, un colore turchese. Primo lancio: niente. Secondo lancio; un’altra trota di circa venti centimetri rapidamente rilasciata. Mi sono spostato dall’interno del fiume alla sponda sinistra di questo ed dopo due lanci sento le prime toccate, seguite da una potente testata che ha fatto partire la frizione del mio mitchell 308x gold. Ho iniziato uno dei più divertenti combattimenti di quella giornata, con il pesce che anche stavolta si esibiva in schizzi sul pelo dell’acqua ed in fughe mozzafiato nei pressi di un mucchietto di sterpaglie sulla riva della mia sponda. È stato davvero difficile riuscire ad afferrarla per la foto di rito, perché questa continuava ad agitarsi e ad allontanarsi da me ogni volta che riuscivo a toccarla. Mi è bastato un attimo di sua tranquillità per sollevarla di qualche decina di centimetri dall’acqua, in modo che mio padre, nonché compagno di pesca e fotografo ufficiale, riuscisse a scattare qualche splendida foto, che ogni giorno ammiro estasiato dalla bellezza di quella trota fario sui 32cm, resa unica da un colore bianco-giallo chiaro con moltissimi puntini ocra sul dorso che sembravano tante lentiggini.
Prima di recarci a pranzo in una trattoria già adocchiata al nostro arrivo, abbiamo risalito il Nera per qualche altra decina di metri, scoprendo nuovi “hot- spot” favorevoli alla colonizzazione delle fario. Ed infatti un’altra bella trota sui tre etti ingannata da un martin 6 grammi è stata impressa sul rullino fotografico e rilasciata subito; questa, al contrario di tutte le altre, aveva un colore leggermente più scuro, con i tipici puntini rossi delle fario, anche se molto piccoli. Vorrei anche smentire tutte le critiche che ho letto sul sito internet del fiume per il tratto no-kill, che descrivono le trote magroline e denutrite con una testa enorme sproporzionata rispetto al corpo. Quelle che abbiamo avuto il piacere di catturare sono apparse tutte in ottima salute e molto combattive rispetto alla loro taglia. Inoltre la bellezza di questo fiume è veramente incredibile; penso che corrisponda all’ideale di perfezione di cui ogni pescatore immagina l’esistenza da qualche parte sulla terra. Avevamo già preso nove trote io e sette mio padre, e ce ne sono scappate quattro di ottima taglia che, come è risaputo, se sono campate qualche anno in più delle altre è proprio per la loro naturale diffidenza che con il passare del tempo cresce sempre di più, lanciando una vera e propria sfida ad ogni pescatore si voglia cimentare nella loro non facile cattura. Come si dice, sono pesci che “sanno leggere e scrivere”!
Dopo pranzo abbiamo ripreso a pescare poco più a monte di dove eravamo arrivati, dove nuovamente non avevamo un attimo di tregua, perché la fantastica musica era sempre quella: nuove buche e pozze riparate da massi si susseguivano puntuali, regalandoci trote sempre più belle. Il piacere di questa tecnica di pesca sta proprio nella costante ricerca del punto dove si può nascondere la trota grossa, che per catturarla bisogna davvero prestare attenzione ad ogni minimo particolare, primo fra tutti allo stare attenti a non fare troppo rumore con gli stivali, ed a lanciare sempre da valle verso monte e non il contrario, perché le trote, cacciando contro corrente, possono vederci facilmente.
La sequenza di catture ci ha portato alla quattordicesima, avvenuta dopo un combattimento ai limiti della realtà con la fario più bella, dal punto di vista cromatico, della giornata; oltre ad essere veramente di ottime dimensioni, circa sei etti, aveva dei magnifici puntini marroni e rosso sangue sul dorso e sui fianchi. Era appostata dietro l’ennesima pietra appoggiata alla sponda di fronte a noi, e naturalmente ha fatto cantare di nuovo la frizione, dopo la pausa pranzo. Le foto più belle sono state fatte proprio grazie a questa trota, che è venuta magnificamente specialmente quando era in mia mano, a testimonianza che le trote di questo fiume sono anche molto fotogeniche!
Risalendo di un’altra cinquantina di metri, un altro posto molto fruttifero è stata un’altra grande buca formata da due massi ed un tronco; ai lati di questa buca, che occupava quasi tutta la larghezza del fiume, l’acqua era bassa e si potevano intravedere le sagome di alcune piccole trote che attendevano la loro preda sotto il pelo dell’acqua. Al primo lancio papà ha catturato una trota di buone dimensioni, che lo ha reso veramente contento, visto che fino a quel momento ne aveva preso solo di piccole; io ho lanciato proprio nel bel mezzo di quella pozza blu molto profonda, ed ho subito notato che ve ne era una molto più grossa delle altre, molto interessata al mio cucchiaino (oramai diventato ufficialmente il turbo spin argentato, visto che non c’era veramente confronto con gli altri in fatto di efficacia) che era già stato aggredito un paio di volte invano.
Non essendoci ancora l’ora legale, il sole, verso le cinque e mezzo, stava già per nascondersi dietro alle montagne che ci sormontavano a destra e a sinistra creando questa bellissima valle, ed a minuti saremo andati via; nuovamente abbiamo incontrato i due guardapesca, che avendoci riconosciuto, ci hanno subito chiesto com’era andata rimanendo sorpresi per il gran numero di trote da noi catturate, sostenendo che se le venticinque trote prese invece che essere state liberate fossero state uccise, sarebbe stato un danno ambientale di proporzioni enormi, per tutto l’ecosistema del fiume; pericolo che non si è posto perché i pesci sono stati liberati con molte precauzioni, senza arrecare danno a nessuno.
Quella strabiliante pescata sembrava oramai giunta al termine, in un modo forse eccessivo, ma avendoci lasciato di sicuro un ricordo indelebile come poche esperienze alieutiche regalano; ma non era ancora finita. Lo show aveva intenzione di andare avanti, proseguendo per un’altra decina di minuti. Uno dei finali più classici che un pescatore si può aspettare da una giornata trascorsa a pesca in un fiume ci stava ancora aspettando dietro l’angolo, anzi dietro il masso. Ultimo lancio; sempre con il mio rotante preferito che proietto parecchio lontano verso monte, proprio radente ad un nuovo grosso masso dall’aspetto molto convincente ed invitante. Subito si aggancia un peso, che inizialmente sembrava l’ultima delle trotelle di quel pomeriggio:
- Bravo, hai concluso bene la giornata! –
Era la frase che ha pronunciato papà e che mi sono detto anche io durante i primi metri di recupero; ma c’era qualcosa di strano, perché il pesce non si agitava disperatamente come gli altri, ma si lasciava tranquillamente trainare da me pur opponendo una minima resistenza. Solo a pochissimi metri da me ho potuto intravedere la grossa sagoma sommersa di quella belva, che solo dopo avermi intravisto ha iniziato veramente a lottare con tutte le sue forze: la canna piegata ai limiti della resistenza, la frizione che strillava ad ogni testata della trota ed io che non credevo ai miei occhi vedendo quell’animale. Queste sono le immagini predominanti nella mia mente, ogni qualvolta che ripenso a quei momenti carichi di azione e di straordinarietà. Lei si allontanava in continuazione dalla mia mano che attendeva di poterla sollevare per permettere a mio padre di fare la foto, in modo che in futuro potessi credere ai miei ricordi e non pensare che si fosse trattato solo di uno dei soliti sogni a occhi aperti. Altra testata della trota, altro fischio del mulinello e quindi altro sobbalzo da parte mia; era un continuo tentativo di far avvicinare a me quell’ombra che ogni tanto si dibatteva sulla superficie, circondata da continui schizzi d’acqua, permettendo a papà, che fino ad ora era convinto si trattasse di una trota come quelle più grosse prese in precedenza, di constatare che invece all’altro capo della lenza vi era attaccato un pesce fuori dall’ordinario, che forse si trattava del più grosso mai catturato da me e certamente la trota più grossa che abbia mai visto dal vivo.
Non si contano le foto fatte a quel pesce, più simile ad un salmone che ad una trota poiché aveva il tipico becco dei maschi adulti anche date le sue dimensioni di 50 cm per circa un chilo e mezzo di peso; ma non pensavo che, una volta slamata, potessi essere tanto felice di liberarla, dopo che mi aveva dato una così grande soddisfazione e che mi aveva fatto divertire tanto, ed è proprio per questo motivo che ho deciso di liberare sempre le trote che spero catturerò in futuro; non avrei mai pensato di ridare la libertà ad un pesce così grosso, ma ho capito che facendo questo possiamo un po’ tutti contribuire alla salvaguardia del fiume, così da ritrovare le stesse trote magari dopo qualche anno ancora libere nel loro ambiente naturale, sempre più numerose, pronte a farci divertire nuovamente, magari come ringraziamento per non averle uccise qualche anno prima solo per gustarsi una prelibata trota al forno. Ora il nera è entrato a far parte delle mie leggende divenute realtà che custodisco e riverisco costantemente, e se esistono ancora posti come questo significa che esiste una specie di Dio della pesca che decide quali luoghi concedere alle persone irresponsabili e quali alle persone che hanno voglia di divertirsi nel rispetto della natura senza nuocere a nessun pesce del corso d’acqua. E speriamo che i paradisi di questo mondo inizino a risorgere dal precipizio in cui molti di essi sono caduti involontariamente.

 

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